Nuovo saggio di Bauman e Bordoni
da maggio in Gran Bretagna
La Polity Press di Cambridge (UK) annuncia la pubblicazione nel maggio 2014 del volume di Zygmunt Bauman e Carlo Bordoni, STATE OF CRISIS, pp. 180, € 18,90. ISBN: 978-0-7456-8095-8
Today we hear much talk of crisis and comparisons are often made with
the Great Depression of the 1930s, but there is a crucial difference
that sets our current malaise apart from the 1930s: today we no longer
trust in the capacity of the state to resolve the crisis and to chart a
new way forward. In our increasingly globalized world, states have been
stripped of much of their power to shape the course of events. Many of
our problems are globally produced but the volume of power at the
disposal of individual nation-states is simply not sufficient to cope
with the problems they face. This divorce between power and politics
produces a new kind of paralysis. It undermines the political agency
that is needed to tackle the crisis and it saps citizens’ belief that
governments can deliver on their promises. The impotence of governments
goes hand in hand with the growing cynicism and distrust of citizens.
Hence the current crisis is at once a crisis of agency, a crisis of
representative democracy and a crisis of the sovereignty of the state.
In
this book the world-renowned sociologist Zygmunt Bauman and fellow
traveller Carlo Bordoni explore the social and political dimensions of
the current crisis. While this crisis has been greatly exacerbated by
the turmoil following the financial crisis of 2007-8, Bauman and Bordoni
argue that the crisis facing Western societies is rooted in a much more
profound series of transformations that stretch back further in time
and are producing long-lasting effects.
This highly original
analysis of our current predicament by two of the world’s leading social
thinkers will be of interest to a wide readership.
Per maggiore info > vai al sito della Polity Press
venerdì 20 dicembre 2013
martedì 10 dicembre 2013
Il capitale sociale
Viva il capitale sociale,
però debole
Oltre la crisi.
Sono i legami paritari e inclusivi che premiano il merito e assicurano il benessere generale. Invece quelli stretti, di tipo familiare, frenano la mobilità e perpetuano le disuguaglianze.
© Carlo Bordoni
però debole
Oltre la crisi.
Sono i legami paritari e inclusivi che premiano il merito e assicurano il benessere generale. Invece quelli stretti, di tipo familiare, frenano la mobilità e perpetuano le disuguaglianze.
© Carlo Bordoni
venerdì 15 novembre 2013
Streeck e l'Europa
Tempo guadagnato o tempo perduto?
Punta sul fattore “tempo” per
spiegare l’inerzia del capitalismo, che finisce per sprecare il futuro degli
individui in cambio di un tornaconto immediato.
Sta di fatto
che l’attuale condizione di decrescita democratica è soprattutto dovuta alla
crisi dello Stato, alla sua incapacità di porsi come deciso interlocutore della
mediazione sociale, di regolatore dell’economia, di garante della sicurezza.
Tanto che – ribadisce Streeck – le “società private di assicurazione hanno
preso il posto dei partiti politici e dei governi come garanti della sicurezza
sociale”.
da
"Il Fatto Quotidiano" del 24 settembre 2013
Il destino
dell’Europa passa attraverso le elezioni in Germania di domenica scorsa, che
hanno confermato Angela Merkel alla guida della nazione predominante.
Non senza
dubbi e violente critiche, come quelle rivolte dal sociologo tedesco Wolfgang
Streeck, direttore del Max-Planck Institut di
Koln, autore di Tempo guadagnato, recentemente edito da Feltrinelli
e tradotto da Barbara Anceschi.
Streeck
considera alcuni fattori negativi dell’economia, come l’inflazione, il deficit,
la deregulation finanziaria come meri espedienti temporanei per rinviare a
domani problemi altrimenti insolvibili. Il maggiore dei quali è senza dubbio il
mantenimento delle garanzie democratiche e dell’integrazione sociale di fronte
alla richiesta di un’economia di profitto.

In questo quadro convergono più
risultanze, tra cui la privatizzazione in nome del progresso, del profitto e
dell’efficienza; la sottrazione del capitale agli interessi nazionali e la sua
“smaterializzazione” nei mercati finanziari; il crollo del “modello keynesiano”
o, più in generale, dell’intervento pubblico nell’economia, e la sua
sostituzione col “modello hayekiano” (da Friedrich August Von Hayek,
considerato il più autorevole avversario di Keynes, per le sue radicali teorie
liberali).
Ne deriva
una diminuzione delle risorse: siamo relativamente più poveri di cinquant’anni
fa, ma in compenso abbiamo più tecnologia a disposizione e comunichiamo con più
facilità.
L’eterna
lotta tra “capitalismo e democrazia”, come scriveva già Theodor W. Adorno, si
trova attualmente in una fase di ascesa del capitalismo, almeno finché non
cominceranno a farsi sentire le reazioni di parte democratica, tese a
recuperare terreno nella riconquista di un difficile equilibrio.

Ricchezza di pochi
Bauman, Stiglitz
e la ricchezza
dei pochi
Quasi in contemporanea sono usciti due libri che ne trattano da opposti punti di vista.
Joseph E. Stiglitz, premio Nobel per l’economia, lo
osserva da liberista nel suo bestseller Il prezzo della disuguaglianza (Einaudi);
È sorprendente come entrambi giungano alle stesse conclusioni, pur partendo da posizioni diverse. Il sociologo vi legge l’esasperazione delle differenze sociali, l’ingiustizia di un sistema, l’assenza di solidarietà, il fallimento del welfare. L’economista liberista si preoccupa della sproporzione eccessiva che squilibra l’assetto economico della concorrenza nel mercato globale. L’eccessiva concentrazione rischia di far saltare il sistema, perché non più in grado di offrire a tutti le medesime opportunità.
Bisogna correre ai ripari: non tanto per ragioni morali e sociali, come afferma Bauman, quanto per motivi economici. È necessario ridistribuire la ricchezza. Da secoli si parla di togliere ai ricchi per dare ai poveri. Ma su come farlo, da San Francesco a Marx, la discussione è ancora aperta.
e la ricchezza
dei pochi
Parlare di accumulo di ricchezze in tempi
di crisi può sembrare un controsenso. Eppure è proprio adesso che la
forbice tra i ricchi e i poveri si allarga a dismisura. I ricchi
diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Infatti solo coloro
che hanno grandi disponibilità di denaro possono permettersi di comprare a buon
prezzo da chi si trova in difficoltà e mettere a reddito, moltiplicando i
guadagni a una velocità sempre maggiore.
La lunga crisi economica scoppiata nel 2008 e che imperversa a livello globale, ma di cui non si vede la fine, ha così prodotto una situazione che ha dell’incredibile: si calcola che l’1% della popolazione possiede il 90% delle ricchezze. Un problema non da poco, che ha risvolti preoccupanti dal punto di vista etico, politico e sociale.
La lunga crisi economica scoppiata nel 2008 e che imperversa a livello globale, ma di cui non si vede la fine, ha così prodotto una situazione che ha dell’incredibile: si calcola che l’1% della popolazione possiede il 90% delle ricchezze. Un problema non da poco, che ha risvolti preoccupanti dal punto di vista etico, politico e sociale.
Quasi in contemporanea sono usciti due libri che ne trattano da opposti punti di vista.

Zygmunt
Bauman, da sociologo, in una fulminante analisi dal titolo
provocatorio, “La ricchezza di pochi avvantaggia tutti” Falso!
(Laterza). Se Stiglitz appare disorientato dall’inattesa concentrazione della
ricchezza nelle mani di pochi, tanto da tornare sull’argomento anche nel suo
intervento sull’ultimo numero di Micromega, Bauman mantiene il tono di
saggio osservatore dei fatti che confermano il crescente disagio di una
modernità liquida, sempre meno a misura d’uomo.
È sorprendente come entrambi giungano alle stesse conclusioni, pur partendo da posizioni diverse. Il sociologo vi legge l’esasperazione delle differenze sociali, l’ingiustizia di un sistema, l’assenza di solidarietà, il fallimento del welfare. L’economista liberista si preoccupa della sproporzione eccessiva che squilibra l’assetto economico della concorrenza nel mercato globale. L’eccessiva concentrazione rischia di far saltare il sistema, perché non più in grado di offrire a tutti le medesime opportunità.
Bisogna correre ai ripari: non tanto per ragioni morali e sociali, come afferma Bauman, quanto per motivi economici. È necessario ridistribuire la ricchezza. Da secoli si parla di togliere ai ricchi per dare ai poveri. Ma su come farlo, da San Francesco a Marx, la discussione è ancora aperta.
da Il Fatto quotidiano del 27 marzo 2013
Dalla società solida alla società liquida
La nostra società
è la più insicura di sempre?
Cristiano Bosco intervista Carlo Bordoni per L'Opinione delle Libertà
è la più insicura di sempre?
Cristiano Bosco intervista Carlo Bordoni per L'Opinione delle Libertà
Immani tragedie, tra le maggiori catastrofi degli ultimi anni, le cui immagini vivono ancora nella memoria collettiva, e che, insieme ad altri analoghi eventi, fanno da sfondo a "La società insicura" (2012, Aliberti Editore), ultima fatica di Carlo Bordoni, sociologo, scrittore, giornalista.
Nella sua opera - arricchita da una conversazione inedita con Zygmunt Bauman - analizza il passaggio dalla società "solida" alla società "liquida". Un mondo nel quale, come recita il sottotitolo, non si può che convivere con la paura.
Come nasce l'idea di questo
libro?
L'idea
è sorta dall'osservazione della realtà e della cronaca quotidiana,
caratterizzate da una sequenza irrefrenabile di calamità: alluvioni, terremoti,
tsunami, accompagnati anche da catastrofi legate al singolo individuo
Non
esiste più un clima di sicurezza sul quale contare, non esistono più valori cui
appigliarsi: l'individuo tende a sostituire la paura con l'indifferenza, che
proviene dall'adattamento a una mutata condizione esistenziale.
Ho cercato di
approfondire questo aspetto, con l'ausilio dei testi di Zygmunt Bauman.
Lei sostiene che l'insicurezza è
ormai entrata a far parte integrante della nostra vita. Come è avvenuto questo
fenomeno, quando ha iniziato a verificarsi?
È un fenomeno
legato in maniera specifica all'ultimo periodo della storia contemporanea, il
post-moderno, l'inizio di quella che Bauman ha definito "la società
liquida": non ci sono più i grandi valori di un tempo a cui aggrapparsi,
ed il comportamento umano si è modificato di conseguenza. Si vive una sorta di
irresponsabilità collettiva, dove persino lo Stato, con la sua opera, non
riesce più a garantire la sicurezza. C'è una sicurezza formale, l'adempimento
di regole e norme, ma non effettiva. Non ci sono controlli preventivi, che
permettano di evitare le catastrofi, si corre ai ripari quando è troppo tardi:
a questo, purtroppo, ci siamo dovuti abituare. Paradossalmente, ai tempi
della guerra, gli anni più terribili affrontati dall'umanità, c'era la speranza
che il brutto periodo potesse finire e che le cose rientrassero presto nella
normalità. A distanza di oltre sessant'anni, ci siamo resi conto che
l'insicurezza non è temporanea, ma durerà sempre, e con essa si deve convivere.
Le società organizzate, i
governi, hanno fallito nell'obiettivo di garantire la sicurezza?
Senza dubbio,
poiché continuano a ragionare con un metodo superato e con logiche obsolete,
che funzionavano nel passato, ma che ora vanno cambiate, adeguate alla realtà.
Abbiamo raggiunto una conoscenza tecnologica e scientifica così vasta che ci
permette di fare terribili danni senza porvi rimedio, se non troppo tardi. Non
riusciamo a prevedere, né tantomeno a prevenire, le catastrofi, si fa troppo
poco prima e si agisce solo a cose avvenute, salvo poi commettere nuovi errori,
come ad esempio costruire e ricostruire nei luoghi più pericolosi, sulle rive
di un fiume, sul mare, o alle pendici di un vulcano, come le case abusive sul
Vesuvio che nessuno ha il coraggio di abbattere. Questo accade perché tendiamo
a cancellare il male, il ricordo delle tragedie, così la vita può continuare:
una falsa speranza verso il nostro futuro. È sempre troppo tardi, una
gabbia dalla quale non riusciamo più a uscire, e non ci resta che sperare che i
terremoti e le altre disgrazie non si verifichino nell'arco della nostra vita.

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